Saluto del Direttore ai frequentatori

Una biblioteca perché? Leggere perché? 

 

Saluto (e breve predica) del Direttore ai frequentatori della Biblioteca. 

pubblicato in biblioteca nell’anno dell’apertura

Prima puntata. 

 Nel discorso di inaugurazione della biblioteca ho un po’ enfaticamente ricordato che dietro ogni scritto si trova un uomo e  parafrasando l’antico drammaturgo latino Terenzio, ho affermato che, dal momento che sono uomo, tutto ciò che ha a che fare con l’uomo ha a che fare con me, mi interessa personalmente, fa parte anche della mia vita. 

Da qui si potrebbe andare avanti e affrontare il tema della letteratura come comunicazione. In questo messaggio ai lettori vorrei fare invece un passo indietro e invitare a riflettere su qualcosa che sta a monte di tutto ciò: la lingua come strumento del pensiero.  

 Quando noi pensiamo, intendo dire quando formuliamo un pensiero articolato, lo elaboriamo dentro la nostra mente in forma linguistica: le nostre sensazioni rimangono qualcosa di indistinto e non dominabile dentro di noi fino a quando la nostra mente non le elabora dando un nome alle sensazioni e ponendole in relazione le une alle altre come le parole all’interno di una frase. Semplificando al massimo: pensare è un po’ come trasformare sensazioni in parole. Il linguaggio insomma, oltre ad essere un prodotto del pensiero, è uno strumento del pensiero: quanto più so dominare la parole, tanto più sono facilitato a pensare. Facciamo un paragone matematico: in linea teorica è possibile far di conto senza conoscere le moltiplicazioni: se non so fare 5 per 7, mi basta fare 5+5+5+5+5+5+5, ma provate a far quadrare anche solo la contabilità di casa in questo modo: pura follia. Ci vorrebbe un anno solo per calcolare l’acconto dell’ICI. Eppure, secondo le statistiche, milioni di italiani pretendono di fare così: pretendono di fare i conti usando solo l’addizione, ovvero si accontentano, ad esempio, di conoscere il significato solo di un migliaio di parole o anche meno: siamo sicuri di avere così pochi pensieri nella testa da poter comprendere l’intera nostra vita in mille parole?  

Certo ci possiamo affidare a un commercialista per fare i conti, e fidarci della sua onestà, ma siamo sicuri di voler affidare ad altri il compito di pensare al nostro posto? 

D’altra parte, e mi si conceda questo solo pensiero ‘politico’ nel senso alto della parola, non fa paura vivere in una democrazia, ovvero in una comunità in cui il pensiero di tutti ha il medesimo peso, se però ad avere gli strumenti per pensare sono in pochi? Non è inquietante vivere in un mondo senza congiuntivi e condizionali, cioè incapace di distinguere fra un’affermazione e un’ipotesi, fra una richiesta e un ordine, fra un pensiero diretto e l’espressione di un pensiero altrui non condiviso? Un mondo in cui non ci sono sinonimi perché non esistono sfumature? 

E allora? Leggere! Non solo per quello che è contenuto nei libri, ma prima ancora per il fatto stesso che, in quanto pensieri scritti, ci insegnano sempre nuovi mezzi per elaborare il nostro pensiero. 

E pensare che leggere è anche bello: da quando in qua bisogna insistere per far assumere una medicina dolce? 

Mi scuso per aver ripetuto riflessioni che ai ‘dotti’  sembrano certamente banali e già sentite mille volte (e sicuramente espresse con maggior proprietà di linguaggio), ma forse non è un gran male ripeterle ancora una volta con semplicità, se in questo modo potranno diventare un momento di riflessione non solo per i ‘dotti’. 

 Buona lettura, dunque, e che il contagio della lettura si diffonda in tutti. 

 Il Direttore

Edoardo Bona

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